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lunedì 11 aprile 2011

Altro che terroni, quei ragazzi che vanno via sono rivoluzionari

Corriere del Mezzogiorno - 9 aprile 2011

Editoriale di Enzo Amendola, segretario regionale Pd Campania.

 

Corriere del Mezzogiorno - Sabato 9 aprile 2011

Altro che terroni, quei ragazzi che vanno via sono rivoluzionari

di ENZO AMENDOLA* 


 

Caro direttore, ho letto il suo ultimo saggio, Terronismo, che fa giustizia di alcune recenti ricostruzioni storiche sul ritardo del Sud, baciate da un successo editoriale pari all’infondatezza delle tesi sostenute e al giubilo dei leghisti, ai quali non è sembrato vero che ci fosse qualcuno che dal Mezzogiorno rafforzasse le loro strampalate teorie. Sicuramente il suo libro sarà spunto di discussioni, di polemiche, ma speriamo anche che sia l’occasione per una disamina non retorica delle fratture nazionali, ragionando seriamente su un dualismo che sembra irrisolvibile. Mi vorrei soffermare su una provocazione del suo libro, che mi ha colpito anche perché riguarda una condizione che io stesso ho vissuto. Mi riferisco al tema dell’emigrazione giovanile dal Sud, arrivata negli ultimi anni alle dimensioni dell’analogo fenomeno nel Dopoguerra: 700mila meridionali emigrati dal 1997 al 2008. Di fronte a questi dati la reazione istintiva di tutti noi che crediamo nella rinascita meridionale e che a questo obiettivo lavoriamo ogni giorno è di assoluto sconcerto. I giovani che vanno via sono il nostro petrolio che si perde, e che va ad arricchire altri territori. Sono 80mila i laureati che tra il 2000 e il 2005 sono andati a rafforzare il tessuto economico, culturale e sociale del Nord o di Paesi oltreconfine.

 

Le ricerche della Banca d’Italia valgono per tutti: quello che emigra è capitale sociale scolarizzato destinato ad occupazioni in larga parte precarie. In altre parole: non più gli emigranti di ieri, con basse qualifiche sebbene destinati a impieghi stabili, ma laureati pronti a tutto, pur di lasciare il Mezzogiorno. Ne consegue che in Italia, paese dei paradossi, anche il saldo delle rimesse tra Nord e Sud avvantaggia il primo, con una parte del welfare familiare meridionale impegnato a integrare il reddito di figli che cercano farsi strada lontano da casa, in un mercato del lavoro che non garantisce nessuno. Il problema non finisce qui. Siamo di fronte ad un fenomeno dalle caratteristiche del tutto nuove, ci fa da supporto l’indagine di Pezzulli, In fuga dal Sud, svolta su un campione di giovani emigrati, dalla quale si evince che la futura classe dirigente del Sud va via perché -riassumo -«non ce la fa più» . Parliamo di giovani preparati e di talento in fuga da una pervasiva cultura delle relazioni, ingabbiati nel familismo amorale, costretti a sperare nella «cena giusta» con le «persone giuste» , sotto la spada di Damocle della estenuante intermediazione tra meriti favori. È difficile accusarli di essere dei «traditori» , sono semplicemente giovani che cercano altrove il loro futuro, nella certezza che nessuno sforzo sarebbe ripagato, che nessun impegno riuscirebbe a tradursi anche in minimo cambiamento. L’interrogativo che l’indagine e suoi commenti sollevano gela il sangue. Ci si chiede se questi giovani emigranti non siano essi i «veri rivoluzionari» , allergici ai bamboccioni in sospensione sul futuro, ma «piedi e zaini leggeri» , a cui va stretta la perenne attesa, senza paura di mettersi in gioco e rinunciando alla rete di protezione che li circonda. In questi anni forse ci siamo concentrati molto sui bamboccioni, di cui abbiamo analizzato minuziosamente il profilo e i comportamenti, ma abbiamo perso di vista e smesso di ascoltare chi se ne stava andando. Se questa traccia d’indagine si rivelasse vera -e per la mia esperienza personale lo è stata -ai tanti paradossi si aggiungerebbe quello per cui l’unica possibile mobilità sociale per i giovani meridionali ha i binari prestabiliti che portano ovunque, purché lontano da una società economicamente e socialmente paludosa. Si tratta di ragazzi diversi dai classici emigranti con la valigia di cartone (e certo niente di paragonabile a chi sta scappando disperato dal Nord Africa), ma giovani armati di buonsenso che, per dirla con la profetica battuta di Troisi, «non si sentono emigranti ma persone che vogliono viaggiare» e costruirsi una vita diversa.

 

Questo istinto a mettersi in gioco, evidenziato nelle indagini di Pezzulli, ridicolizza ancor di più i nostri ritardi, rottama con una girata di spalle i burocratismi, le onnipresenti caste e i circuiti chiusi al merito. Insomma: siamo di fronte a una generazione di «ribelli» che denuncia i mali del Mezzogiorno con un gesto: partire, fregandosene di parole come «riscatto» o «cambiamento» , avendo rinunciato in partenza a crederci. È solo una provocazione? Non credo, mi sembra piuttosto l’identità della nuova generazione della «disunità nazionale» , tema rimosso da un dibattito incapace di notare il movimento e i comportamenti dei segmenti sociali più giovani e dinamici che vivono il precariato come gabbia quotidiana. Non abbiamo più il tempo per dissertazioni consolatorie, a maggior ragione se la futura classe dirigente le ha già giudicate una perdita di tempo. Se volessimo trarre profitto dal loro messaggio rivoluzionario -espresso non con la denuncia urlata, ma con la fuga silenziosa -dovremmo ripensare l’utilizzo delle risorse pubbliche, indirizzare in maniera mirata l’utilizzo della leva fiscale, procedere senza freni alla cancellazione di tutte le inutili barriere innalzate dall’intermediazione pubblica. Insomma, se sapessimo ascoltare chi parte, altro che dibattiti sui mirabolanti «piani Sud» e promesse della destra neoleghista; forse entreremmo nel merito d’interventi che siano in grado per davvero di fermare chi ha già la valigia in mano, migliorando allo stesso tempo le condizioni di chi vive problemi anche maggiori.

 

Nessuno oggi ha la bacchetta magica, ma credo che potremo trovare nuove soluzioni, aliene da conservatorismi compassionevoli, se questo nostro Sud (come del resto l’Italia), ritornasse a parlare lo stesso linguaggio delle energie che chiedono di essere liberate (facendolo possibilmente un minuto prima che sfuggano irrimediabilmente). Oggi e domani, a Bari, con Mezzogiorno di fuoco, l’assemblea promossa dai segretari e dai gruppi regionali del Pd del Sud, definiremo un’agenda comune, puntando su queste energie in movimento, e denunciando allo stesso tempo le drammatiche e irrisolte emergenze sociali di oggi e di sempre. È il nostro modo per rinnovare le ragioni della battaglia progressista per il Sud.


*Segretario Pd Campania